Il progetto locale

Alberto Magnaghi

Il progetto locale (Torino, Bollati Boringhieri, 2000)

di Eduardo Zarelli

Alberto Magnaghi insegna “Pianificazione territoriale” al Dipartimento di Urbanistica dell’Università di Firenze ed è autore di numerose pubblicazioni di cui, ultima, Il territorio degli abitanti: società locali e autosostenibilità (Dunod, 1998). Amico personale di Serge Latouche, contiguo alle posizioni più anticonformiste dell’ambientalismo nostrano, è uno degli intellettuali italiani più coerenti nella critica alla globalizzazione, in quanto propone come alternativa critica al modello di sviluppo liberal-capitalista, un’originale prospettiva localistica sposata alle istanze comunalistiche e partecipative di contro alla democrazia rappresentativa e alla eterodirezione tecnocratica.
Pur dichiarandosi distante dal pensiero biocentrico dell'”ecologia del profondo” e rivendicando la dimensione storica e culturale della costruzione sociale, l’autore parte dal territorio, come luogo di insediamento stratificato dell’identità collettiva, per denunciare la crescita illimitata, la metastasi metropolitana, la disgregazione sociale, l’omogeneizzazione tecnomorfa della diversità.

Il territorio è un’opera d’arte, forse la più alta, la più corale che l’umanità abbia espresso; un’opera che prende forma attraverso il dialogo di entità viventi -l’uomo, la natura- nel tempo lungo della storia. Nella corsa alla costruzione di una seconda natura artificiale, la nostra civiltà tecnologica ha ormai abbandonato il territorio a se stesso, riducendolo a superficie amorfa e seppellendolo di oggetti, opere, funzioni, veleni; col risultato, però, di generare crescenti insostenibilità politiche, sociali, economiche e ambientali. Pena la catastrofe, occorre dunque un’inversione paradigmatica proprio a partire dal territorio che, da puro supporto di un modello di sviluppo omologato, ne faccia il fondamento di una differenziazione locale degli “stili di sviluppo” in grado di generare ricchezza durevole, indisponibile alla strumentalità del profitto.

Sotto la colata lavica dell’urbanizzazione contemporanea vive un ricco patrimonio territoriale, pronto ad essere fecondato da nuovi attori sociali, che se ne prendano cura -nel quadro di quello che l’autore chiama «sviluppo locale autosostenibile»- valorizzando qualità peculiari dei luoghi e promuovendo l’autogoverno delle società locali attraverso istituti di nuova democrazia.

Diciamo subito che i «nuovi attori sociali», cui si riferisce Magnaghi, ci sembrano spesso funzionali a quella vena utopica, che accompagna la finalità politica radical-democratica del comunalismo. Noi ci limitiamo a pensare che la critica allo stile di vita consumistico non nasca, di per sé, nella rivendicazione del disagio sociale, ma nell’assunzione di responsabilità nella condivisione di un “bene comune”, cioè nell’equilibrio postmoderno tra diritti e doveri in un ambito comunitario. Puntualizzato ciò, però, non possiamo che sottoscrivere la visione strategica della «riduzione di scala» per ribaltare l’esito della globalizzazione in una generale ri-territorializzazione del sociale, che, giocoforza, rimanda a ipotesi politiche di federalismo, sussidiarietà e omogeneità geopolitiche continentali.

In tal senso, il concetto di autosostenibilità si fonda sull’assunto che solo una nuova relazione fra abitanti-produttori e territorio è in grado, attraverso la “cura”, di determinare equilibri durevoli fra insediamento umano e ambiente, riconnettendo nuovi usi, nuovi saperi, nuove tecnologie alla sapienza ambientale storica. Si disegna, quindi, una stretta interdipendenza tra concetti, che si sviluppano per assonanza: autosostenibilità, sviluppo autocentrato e autodeterminazione. L’autosostenibilità allude alla necessità di un profondo ridimensionamento dell'”economico” che, divenuto dominante, devasta i processi di autorganizzazione della natura e del sistema sociale, che vi si relaziona. L’appello è rivolto allo sviluppo di un risoluto processo di decentralizzazione -politica, istituzionale, sociale ed economica- che consenta il rafforzamento di pratiche cooperative e di partecipazione, sviluppando nuove forme comunitarie in grado, a loro volta, di rilanciare in divenire l’identità culturale del luogo. La ricostruzione della comunità è l’elemento essenziale dello sviluppo autosostenibile: la comunità che “sostiene se stessa” fa sì che l’ambiente naturale possa sostenerla nella sua azione, ne sia parte integrante e non “fondo” di sfruttamento e dissipazione. Insomma, nell’autonomia vi è il richiamo alla riunificazione in un unico soggetto politico e sociale del produttore e dell’abitante, di contro all’eterodirezione di istituzioni tecnocratiche sussunte da una logica di mercato che distrugge non solo l’ambiente, ma anche il “capitale”, economico e sociale, su cui invece occorre fissare nuovi criteri di “ricchezza” basati sulla qualità della vita, sulla giustizia sociale, sull’identità culturale, di cui è parte la natura “reale” del territorio, con quei limiti fisiologici che suggeriscono nell’immediato la relazione armonica con l’ambiente. Non esiste proposta ecologista, politicamente credibile, che non rifugga dal filantropismo cosmopolita di una natura patinata e strumentale al riformismo progressista, per incontrare nel locale la ineludibile riduzione di scala con cui ribaltare la logica espansiva del sistema-mondo capitalista.

Se la dimensione mondiale dei processi in atto non può essere realisticamente rimossa, si avrà sviluppo locale dove la società locale saprà resistere attivamente alla globalizzazione costruendo reti solidali. La globalizzazione esclude l’autosostenibilità del locale, imponendo la competitività contro la cooperazione, lo sfruttamento delle risorse contro la valorizzazione del patrimonio identitario, la polarizzazione economica del sociale contro la socializzazione dell’economico.

Il locale, come comunità delle comunità, in aree geopolitiche omogenee, è l’unica credibile eterogenesi dei fini della globalizzazione, del suo centralismo tecnocratico, della sua mercificazione economica e omogeneizzazione culturale. I punti qualificanti di tale prospettiva possono essere: sistemi produttivi locali autosostenibili, fondati sulla valorizzazione del patrimonio, che si relazionino nello scambio come agenti attivi di produzione qualitativa della ricchezza e come agenti di modelli originali di produzione e consumo; relazioni commerciali che, in luogo della sua liberalizzazione, sviluppino reti locali di mercato; legami finanziari, fondati su principi di sussidiarietà e complementarietà; legami sociali -in grado di autoalimentarsi- capaci di esprimere peculiarità nello stile di sviluppo autosostenibile, stimolato da una cultura basata sulla simbioticità con i processi vitali e la ciclicità della natura.

Le frontiere dell’identità locale, rigidamente indisponibili verso l’alto -nei confronti cioè della megamacchina- sono il luogo dell’incontro e dello scambio culturale ed economico. Nessuna identità locale può essere esclusivamente autosufficiente; in una società olistica, la piccola scala dell’organizzazione sociale porterà all’interno a forme di collaborazione, mentre all’esterno i rapporti saranno orientati verso forme di federazione e di sussidiarietà, invece che di egemonia o di espansionismo.

La soppressione delle differenze, comunque perseguita, oltre ad essere omicida -perché alla biodiversità deve necessariamente corrispondere la diversità culturale- genera mostri con l’esaltazione della diversità fine a se stessa, autoreferenziale, che si percepisce superiore, misantropica e, quindi, aggressiva. L’integralismo, il neo-tribalismo e lo sciovinismo vanno di pari passo o, più probabilmente, al traino della schiacciante arroganza egemone dell’occidentalizzazione del mondo.

Magnaghi insiste sulla «forza strategica» di questo processo di opposizione alle forme centralistiche dei processi di globalizzazione, tendenti di moto proprio a una sovradeterminazione dei poteri economici transnazionali, processo che si può attivare soprattutto tramite il rafforzamento di un mondo plurale, politeistico, di società locali, in grado di connettersi a rete in modo non gerarchico, riconoscendo le diversità di stili di sviluppo e attivando relazioni di sussidiarietà, che separano e ricongiungono le isole dell'”arcipelago”. Per dirla con Cacciari,

«potrà concepirsi “comunità” di isole in perenne navigazione l’una contraversus l’altra? Soltanto se ognuna si saprà e si manifesterà a se stessa non come individualità semplice, come risolta, compiuta, soddisfatta unità, da imporre a centro di uno spazio gerarchicamente orientato. Soltanto se ognuna, conoscendo se stessa, scoprirà in sé la stessa complessità, le stesse variabili e imprevedibili “geometrie” che formano l’armonia dell’arcipelago».

Quell’arcipelago è l’Europa.

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